Hacker, Telecom, Polizia: dove sono i cattivi?

Molly Ha un effetto straniante, per certi versi, il tenore di alcuni articoli pubblicati da eminenti voci nel panorama del Diritto e del Giornalismo italiano in queste ultime settimane. Sembra che, tutto d’un tratto, ci si accorga come d’incanto di avere malgiudicato (sic!) un fenomeno che si propaga da anni. Non molto tempo fa discutevo sulla lista di HackMeeting il mio imbarazzo nel dover indicare “security evangelist” o “security manager” al posto della dicitura Hacker proprio perché alla normale luce del sole l’opinione pubblica tendeva ad adocchiarmi come un delinquente, una persona di cui non fidarsi per nulla al mondo, un “ladro di informazioni“. E a nulla valevano le mie motivazioni, la mia lunga carriera di conferenze e di articoli sulla SALVAGUARDIA della privacy e delle informazioni, sulla sopravvivenza ad uno “stato di polizia“, sulla “necessità della crittografia” e sull’onnipresente controllo. I buoni stavano attenti agli hacker, i cattivi ERANO gli hacker. E’ con un sorriso e con qualche rimpianto invece che leggo ora l’articolo dell’amico Andrea Monti, strenuo difensore delle libertà digitali che forse senza pensarci più di tanto si trova partecipe e fautore in un articolo su InterLex della leva di opinione pubblica, dello straniamento dell’informazione e del ribaltamento del punto di vista (enfasi mia):

-cut- …la vicenda della struttura di intelligence parallela che sarebbe stata messa in piedi all’interno di Telecom Italia dai vertici della sicurezza offre diversi spunti di riflessione. -cut- il quinto: contrariamente alla pubblicistica di settore (che vuole “hacker”, “pirati” e “multinazionali del direct marketing” alla caccia dei nostri dati personali), i presunti autori del più massiccio mal-trattamento di informazioni (teoricamente) protette dalla legge sarebbero insider non particolarmente dotati tecnicamente, e per di più appartenenti alle forze di polizia e ai servizi di informazioni dai quali dovrebbe dipendere la sicurezza dello Stato-cut- E dove arriveremo con questo? Beh, la mia speranza è che si diffonda sempre più la constatazione importante, direi quasi basilare, che il furto di informazioni riservate è si possibile da parte di crackers e phishers ma è molto più semplice e soprattutto sistematicamente più agevole da parte delle stesse strutture dello stato italiano. E’ forse ora che ci si accorga che i cattivi NON SONO hacker, oggi come oggi, ma che sono proprio gli hacker di oggi i più strenui difensori delle libertà digitali? In italia manca e deve essere con forza introdotta una cultura alla riservatezza ed una cultura alla crittografia che mantenga salvi i confini dello stato di diritto e che trattenga operazioni non autorizzate e incursioni sistematiche nella vita, privacy e intimità del normale cittadino. Se proprio l’autorità competente avesse necessità di controllare il privato, che lo faccia non impunemente e non in modo sistematico. Che si guadagnino il diritto di farlo… Se mi autorizzate inoltre un minimo di “autopromozione” di questi ed altri argomenti correlati parlerò Sabato a Verona.

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