
Ventiquattro giorni di populismo
Il 21 luglio 2026, con voto finale all’Assemblée nationale, il Parlamento francese ha approvato in via definitiva la loi visant à protéger les mineurs des risques auxquels les expose l’utilisation des réseaux sociaux, la legge per proteggere i minori dai rischi cui li espone l’uso dei social. Il testo prevedeva un divieto generale di accesso a TikTok, Snapchat, Instagram, X, WhatsApp, Messenger, alle funzioni social di YouTube e persino ad alcuni videogame online per chiunque avesse meno di quindici anni, con entrata in vigore il primo settembre 2026 per i nuovi account e il primo gennaio 2027 per quelli esistenti. Deroga solo per le enciclopedie online ( grazie al…) e per i progetti digitali a vocazione educativa (spiegati anche bene, i dettagli tecnici sono nel dossier LCP dell’Assemblée nationale). Come contorno, il divieto di smartphone al liceo a partire dalla rentrée di settembre.
Il 14 agosto, ventiquattro giorni dopo, il Conseil constitutionnel, con la Décision n° 2026-911 DC, ha stracciato l’articolo 1, cioè il cuore del testo. La legge, come titola Le JDD, è censurata. Non entrerà mai in vigore.
Emmanuel Macron ha incaricato subito il premier Sébastien Lecornu di riscrivere il testo “tenendo conto della decisione e del quadro europeo”, con l’obiettivo di arrivare a una nuova versione entro la primavera del 2027. Fine primo tempo.
Due bocciature, una sola tesi
La decisione del Conseil non è un pasticcio tecnico né un cavillo. Sono due motivazioni distinte, e vanno lette insieme perché insieme dicono qualcosa che va oltre la Francia, e che dico da un decennio, oltre ad averle messe per iscritto oltre un anno fa (ma chi arriviamo). Vediamole con calma.
La prima motivazione è la sproporzione. La Corte cita l’articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789, quello su cui la Francia poggia da duecentotrentasette anni la libertà di espressione. Un divieto totale sui minori di quindici anni, dice il Conseil, si applica anche a servizi per cui nessuno ha dimostrato un rischio concreto, e non lascia ai genitori la possibilità di dire “mio figlio ci può stare, sotto la mia responsabilità”. Sproporzione doppia, insomma: sproporzione rispetto al rischio (che non è omogeneo tra piattaforme e usi) e sproporzione rispetto all’autonomia decisionale di chi dovrebbe decidere per il minore, cioè chi lo cresce. Male, spesso, ma questo è un discorso differente che ho già affrontato.
La seconda motivazione è più interessante ancora, e qui viene la parte per cui questo articolo esiste. Per verificare l’età di chi ha meno di quindici anni, dice la Corte, la legge di fatto obbligava chiunque, anche un adulto di cinquant’anni, a dimostrare la propria età prima di entrare su Instagram. Senza mai fissare come, con quali garanzie, con quali limiti. Il Conseil dichiara che questo viola l’articolo 2 della Dichiarazione del 1789, il diritto alla vita privata, e l’articolo 34 della Costituzione, quello che obbliga il legislatore a scrivere le garanzie e non lasciarle in bianco. La Corte dà per scontato che l’età si possa verificare. Contesta il come, e dice che questo come nel testo francese non c’era. E se non c’è, il divieto casca.
Tenete a mente questa seconda motivazione, perché è quella che ricorre in ogni pezzo di policy digitale europea degli ultimi cinque anni: si scrive un divieto, si esporta il problema tecnico (“verificate l’età, ma non vi diciamo come”), si spera che qualcuno risolva, e nel frattempo si dichiara vittoria in conferenza stampa.
La cosa che non abbiamo mai smesso di dire
Nel 2025 ho pubblicato un libro che si intitola Tette e Gattini, e il cui sottotitolo epigrafico è: “Perché la strada per l’inferno è fatta di buone intenzioni e di verifiche dell’età obbligatorie”. La tesi del libro è che il framing con cui i regolatori ci vendono la verifica dell’età è una falsa dicotomia: o si permette a un bambino di undici anni di guardare pornografia hardcore (“tette”, pericoloso), o si costringe tutti, adulti e minori, a farsi identificare per accedere alla parte quotidiana di Internet (“gattini”, sicuro). La scelta binaria è truccata: presenta la sorveglianza universale come unica alternativa al Far West, e nasconde tutto quello che c’è nel mezzo, cioè la parte in cui davvero si può lavorare.
La motivazione del Conseil constitutionnel del 14 agosto è, quasi parola per parola, la conclusione di quel libro dopo quattordici capitoli di argomentazione. Non perché il Conseil abbia letto il libro, ovviamente. Perché il ragionamento, se lo fai bene, arriva lì e da nessun altra parte a meno che tu non sia un cretino, un incompetente o entrambi. Se costringi tutti a dimostrare l’età per proteggere alcuni, non stai proteggendo alcuni: stai schedando tutti. E nel diritto costituzionale francese, come nel diritto europeo, la sproporzione fra il mezzo e il fine resta un difetto strutturale, sopra qualunque preferenza di merito.
Ne parlo da anni anche sul canale, non da oggi. A febbraio 2026 mi sono chiesto se la colpa dell’esposizione dei minori sia di chi vieta troppo tardi o della piattaforma che ha progettato la dipendenza dal primo giorno (Ciao Internet #1524). Ad aprile ho raccontato come l’app europea di verifica dell’età, quella che dovrebbe consentire ai minori di custodire in tasca la propria età digitale senza rivelare l’identità, sia in realtà un colabrodo di sicurezza (Ciao Internet #1548). E a fine luglio è arrivata la conferma dall’alto, quando Bruxelles ha accusato Meta di aver disegnato Facebook e Instagram come slot machine digitali dal punto di vista della dipendenza (Ciao Internet #1569). Il pattern è sempre quello: il vero problema sta in quello che i minori trovano una volta dentro, non nel cancello d’ingresso, e il legislatore continua a mirare al pomello sbagliato.
Il legislatore che legifera per dire “ho fatto qualcosa”
Il pattern francese è replicato in una decina di Paesi, e vale la pena guardarlo tutto insieme perché racconta una postura politica precisa. L’Australia, con il suo Online Safety Amendment (Social Media Minimum Age) Act 2024, ha vietato dal dicembre 2025 Facebook, Instagram, TikTok, X, Snapchat, Reddit, Threads, Twitch e persino YouTube ai minori di sedici anni, senza deroghe nemmeno se sono i genitori a chiederle (i dettagli sul sito dell’eSafety Commissioner e nella ricognizione dell’International Bar Association). Il Regno Unito, con l’Online Safety Act, dal 25 luglio 2025 ha imposto la verifica età “efficace”: l’Ofcom ha già comminato la prima multa oltre il milione di sterline, e come mostra l’analisi critica di EFF il risultato più visibile è stato un aumento dei download di VPN e delle ricerche “bypass age verification” del 2.000%. In Italia, il disegno di legge 1136 a prima firma della senatrice Lavinia Mennuni (FdI), gemello alla Camera di Marianna Madia (PD), prevede l’accesso ai social solo dopo i quindici anni tramite un portafoglio digitale nazionale collegato alla soluzione europea di verifica dell’età. È fermo in ottava commissione al Senato dall’ottobre 2025 in attesa di pareri ministeriali. In Spagna il Pajaporte, credenziali temporanee mensili, ha causato in test un crollo dell’85% del traffico di alcune piattaforme adulte, con conseguente migrazione degli utenti su siti esteri (dato ripreso nel libro sopra citato).
Il denominatore comune non è il fallimento tecnico, che pure c’è. È il movente politico. Ogni volta che un ministro annuncia un divieto sui social ai minori, ottiene un titolo di giornale, un’occasione fotografica con qualche associazione di famiglie, la sensazione diffusa di aver fatto la cosa giusta contro Big Tech. Nessuno gli chiede se il testo regge in Corte. E siccome nessuno glielo chiede, non lo verifica: legifera per dire di aver legiferato, non per costruire una norma che duri più di un ciclo di copertura mediatica. La legge francese ha superato l’Assemblée nationale e il Sénat, l’iter parlamentare pieno, con la firma del Presidente: e comunque è caduta al primo controllo costituzionale. Un fallimento istituzionale in piena regola.
Il caso più duro della serie, in questo senso, è l’Australia, dove la legge è già in vigore ma nessuno ha detto pubblicamente come dovrebbe tecnicamente funzionare la verifica dell’età: nel comunicato ufficiale si parla di “reasonable steps”, cioè di “passi ragionevoli” delle piattaforme, formula magica che scarica sul privato l’onere di risolvere un problema che il legislatore non ha voluto risolvere. In Francia il Conseil ha bloccato il gioco: in Australia il gioco continua senza freni, ed è la fotografia di che cosa succede quando manca una Corte disposta a leggere davvero l’articolo.
Il vero cantiere: piattaforme, genitori, scuola
Sarebbe facile chiudere qui in modalità “ve l’avevo detto” e passare oltre. Non è utile a nessuno. Chi si occupa davvero di protezione dei minori online, e da qualche anno lo faccio con una certa insistenza, sa che il pomello giusto sta altrove rispetto alla verifica dell’età. Sono tre pomelli diversi, che vanno mossi contemporaneamente.
- Primo, e più importante di tutti: la responsabilizzazione del genitore. Non dei genitori in astratto, del genitore concreto. Gli strumenti tecnici per limitare uso, tempi, contenuti già esistono in ogni sistema operativo per smartphone e in ogni piattaforma social: quasi nessuno li usa. Non li usa perché nessuno gli ha spiegato che ci sono, perché configurarli è un labirinto di menu, perché il carico cognitivo di essere genitore digitale è stato scaricato sull’utente finale senza che nessuno gli desse gli strumenti mentali per gestirlo. Vietare i social è più facile che imparare a usare Screen Time. Iniziamo a multare qualche migliaio di euro un genitore che non imposta i filti correttamente, o che aiuta il minore ad evadeli, e vedremo immediatamente la differenza. Semplice, impopolare, nudo e corretto.
- Secondo: educazione digitale nelle scuole. Non l’ora di informatica anni Novanta, non il generico “cyberbullismo” fatto una volta l’anno dai carabinieri. Un curricola serio, verticale, che insegni alfabetizzazione mediatica, riconoscimento dei disegni persuasivi, gestione dell’identità online, sana diffidenza verso l’algoritmo. Ogni Paese europeo ne parla, quasi nessuno lo fa.
- Terzo: divieto dei design che danno dipendenza. Non del social in sé, dei meccanismi progettati per catturare l’attenzione: lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica, le notifiche push disegnate per tirare dentro chi le riceve. È il pomello su cui la stessa Ursula von der Leyen si è mossa a luglio 2026, annunciando una proposta legislativa che include esattamente questo, insieme all’età minima con supervisione genitoriale sotto i tredici anni e a un’app europea open source per la verifica dell’età che non centralizza dati sensibili. Se il pacchetto sopravvive al negoziato del Digital Fairness Act, sarà molto più utile di dieci divieti nazionali bocciati uno dopo l’altro.
Nessuno dei tre pomelli produce una bella occasione fotografica. Nessuno dei tre si fa in ventiquattro giorni. Tutti e tre richiedono lavoro paziente, competenza tecnica e conflitto vero con le lobby delle piattaforme. Ecco perché si preferisce vietare.
La prossima versione, e la prossima ancora
Adesso arriva la parte da monitorare. Macron ha chiesto a Lecornu una nuova versione entro la primavera 2027. Le opzioni sull’orizzonte sono tre, e vale la pena scriverle qui, perché rileggerle fra sei mesi sarà interessante.
La prima opzione è la versione minimalista: si alza l’età minima a tredici anni (allineandola al COPPA, il Children’s Online Privacy Protection Act americano, e alla proposta von der Leyen), si aggiunge un requisito di consenso genitoriale, si delega la verifica dell’età a un’app europea non ancora esistente. Piace ai giornali, non risolve nulla, ma sopravvive alla Corte.
La seconda opzione è la versione furba, quella che i regolatori europei hanno perfezionato negli ultimi cinque anni: si sposta il baricentro dalla verifica ex ante alla responsabilità ex post delle piattaforme. Se un minore di quindici anni si iscrive e la piattaforma non si era dotata di “misure ragionevoli” per impedirlo, paga. Formula elegante, apparentemente proporzionata, e nella pratica identica al modello Ofcom britannico: a subirla non è mai il gigante americano che può assorbire la multa, è il concorrente europeo che non se lo può permettere. La cura, di nuovo, peggio della malattia.
La terza opzione è quella che nessuno vuole scrivere, ma è quella che tiene: si smette di fingere che il problema sia l’accesso e si va sul design. Divieto delle funzioni che generano dipendenza per gli account minorili verificati (non per tutti gli account: solo per i minorili). Trasparenza obbligatoria sugli algoritmi di raccomandazione con classificazione per profilo di rischio. Certificazione indipendente delle dark pattern rilevate. Meno “vietare TikTok ai minori di quindici anni”, più “regolare TikTok per tutti, in modo più stretto per i minori”. È noiosa, tecnica, non fa titolo. È l’unica che protegge davvero.
Un finale, non un riassunto
Ci sono due modi di scrivere una legge sulla protezione dei minori digitali: il primo è annunciarla in conferenza stampa, portarla al voto in tempi da campagna elettorale, dichiarare vittoria e occuparsi d’altro. È il modello degli ultimi cinque anni, ed è il modello che le Corti costituzionali stanno cominciando, una alla volta, a smontare pezzo per pezzo. Il secondo è fare il lavoro lento: audizioni di neuroscienziati, giuristi ed educatori, disegno delle garanzie tecniche prima del voto, valutazioni d’impatto sui diritti fondamentali, iter parlamentare che sopravvive al primo esame di costituzionalità perché è stato costruito per sopravvivergli. È noioso, è lento, e non fa notizia.
La Francia, il 14 agosto 2026, ci ha ricordato che la Costituzione fa il suo mestiere quando il legislatore non fa il suo. È un buon promemoria per un’estate. Ma la Costituzione, da sola, non basta. Serve un pubblico, un elettorato, che smetta di premiare l’annuncio e cominci a chiedere la sostanza: non “cosa avete vietato”, ma “come e con quali garanzie”. Fino a quel giorno, i ventiquattro giorni di questa legge saranno solo il primo di una lunga serie di conti alla rovescia identici (e che, sospetto, avranno tutti lo stesso finale). Perché il problema è sempre lo stesso: se lo fai bene, si arriva lì e da nessun altra parte a meno che tu non sia un cretino, un incompetente o entrambi.
Per Approfondire
- Conseil constitutionnel: Décision n° 2026-911 DC du 14 août 2026, communiqué de presse (14/08/2026), https://www.conseil-constitutionnel.fr/actualites/communique/decision-n-2026-911-dc-du-14-aout-2026-communique-de-presse
- franceinfo: Le Conseil constitutionnel censure la loi prévoyant d’interdire l’accès des mineurs de moins de 15 ans aux réseaux sociaux (14/08/2026), https://www.franceinfo.fr/internet/reseaux-sociaux/le-conseil-constitutionnel-censure-la-loi-prevoyant-d-interdire-l-acces-des-mineurs-de-moins-de-15-ans-aux-reseaux-sociaux_8147519.html
- Le JDD: Réseaux sociaux: l’interdiction aux moins de 15 ans censurée par le Conseil constitutionnel (14/08/2026), https://www.lejdd.fr/Societe/reseaux-sociaux-linterdiction-aux-moins-de-15-ans-censuree-par-le-conseil-constitutionnel-181113
- Al Jazeera: French parliament passes social media ban for under-15s (21/07/2026), https://www.aljazeera.com/news/2026/7/21/french-parliament-passes-social-media-ban-for-under-15s
- LCP Assemblée nationale: Interdiction des réseaux sociaux aux moins de 15 ans: ce que contient la loi qui vient d’être définitivement adoptée, https://lcp.fr/actualites/interdiction-des-reseaux-sociaux-aux-moins-de-15-ans-ce-que-contient-la-loi-qui-vient-d
- La Quadrature du Net: Le Parlement vote l’interdiction des réseaux sociaux aux jeunes de moins de 15 ans (22/07/2026), https://www.laquadrature.net/2026/07/22/le-parlement-vote-linterdiction-des-reseaux-sociaux-aux-jeunes-de-moins-de-15-ans/
- ANSA: La Corte Costituzionale francese boccia il divieto dei social agli under 15 (14/08/2026), https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/08/14/la-corte-costituzionale-francese-boccia-il-divieto-dei-social-agli-under-15_a5f60283-8bad-409b-9f67-23331161ab50.html
- eSafety Commissioner (Australia): Social media age restrictions, https://www.esafety.gov.au/young-people/social-media-age-restrictions
- IBA: Australia enforces social media ban for under-16s as other jurisdictions consider similar legislation, https://www.ibanet.org/Australia-enforces-social-media-ban-for-under-16s
- Il Sole 24 Ore (NT+ Diritto): Social vietati agli under 15, in Italia sono quattro le proposte di legge in Parlamento, https://ntplusdiritto.ilsole24ore.com/art/social-vietati-under-15-italia-sono-quattro-proposte-legge-parlamento-AG0D29SB
- ARCOM: Référentiel technique sur la vérification de l’âge (9/10/2024), https://www.arcom.fr/se-documenter/espace-juridique/textes-juridiques/referentiel-technique-sur-la-verification-de-lage-pour-la-protection-des-mineurs-contre-la-pornographie-en-ligne
- EFF: No, the UK’s Online Safety Act Doesn’t Make Children Safer Online (08/2025), https://www.eff.org/deeplinks/2025/08/no-uks-online-safety-act-doesnt-make-children-safer-online
- EFF: 10 (Not So) Hidden Dangers of Age Verification (12/2025), https://www.eff.org/deeplinks/2025/12/10-not-so-hidden-dangers-age-verification
- Stanford Law School: No Single Age Fits All: A Neuroscience Approach to Online Child Safety (01/07/2026), https://law.stanford.edu/2026/07/01/no-single-age-fits-all-a-neuroscience-approach-to-online-child-safety/
- Matteo Flora, Tette e Gattini. Perché la strada per l’inferno è fatta di buone intenzioni e di verifiche dell’età obbligatorie (maggio 2025), download gratuito: https://landing.matteoflora.com/tette-e-gattini
- Ciao Internet #1524: Social vietati under 16: di chi è la colpa e qual è la soluzione? (febbraio 2026), https://video.matteoflora.com/1524
- Ciao Internet #1548: Verifica età online: la app europea per i minori è un colabrodo di sicurezza (aprile 2026), https://video.matteoflora.com/1548
- Ciao Internet #1569: Instagram da dipendenza? L’Europa dice di sì e cambia un po’ tutto (luglio 2026), https://video.matteoflora.com/1569

Sono abbastanza d’accordo sul fatto che i legislatori non siano competenti, ma non sul fatto che debbano dire -e lo fanno anche troppo spesso- “come” operare e con quali strumenti.
Non essendo esperti di tecnologia ed essendo questa in continua evoluzione, il legislatore deve limitarsi a dichiarare quale sia l’obiettivo da raggiungere, non come e con cosa farlo.
Altro discorso è che alcuni obiettivi non siano oggi banalmente raggiungibili o che alcune soluzioni/meccanismo siano fallati
Questo dimostra che manca un “direttore d’orchestra” con una visione olistica dei temi da trattare e che comanda la semplice burocrazia
Sandro, l’intero tuo discorso è una enorme, sterminata, titanica puttanata. Il fatto che il legislatore debba legiferare senza conoscere la tecnica porta a cazzate come durante la metà del diciannovesimo secolo. Uno stato americano, credo che fosse la Pensilvania, provava a cambiare pi greco con un numero più comodo, ovviamente con la madonna di problemi derivati e non sto neanche scherzando. Cercalo proprio in giro e lo trovi, un argomento come il tuo che sostiene che il legislatore debba prendere la sua idea politica e la soluzione pratica debba essere trovata da altri. Porta a conseguenze come chiedere a qualcuno di eliminare la gravità perché ovviamente così costa meno far volare gli aerei e non abbiamo un problema di benzina. Lo capisci, il livello di puttanata, vero?