
Il 26 agosto Meta ha firmato il patteggiamento più grande mai visto in una causa su privacy e minori: fino a 16,68 miliardi di dollari per chiudere le cause di 47 stati americani. Le azioni sono salite di oltre il 4%, il processo si è fermato al giorno 7 di 6 settimane in calendario, e nessuno dei dirigenti che sarebbe dovuto salire al banco dei testimoni ci salirà mai. Se lo guardate dalla parte giusta, questo non è il conto salato che titolano i giornali: è un capolavoro di regia. E in mezzo, come vedrete, c’è pure un piccolo esperimento condotto in dieci asili nido israeliani nel 1998, che spiega quello che sta succedendo meglio di ogni giurista.
La matematica del prezzo di listino
I numeri, per capirci: il patteggiamento vale 16,68 miliardi nella versione base, 17,1 se ci si mettono dentro Distretto di Columbia e territori insieme a 459 milioni ancora appesi al vecchio caso Cambridge Analytica, più 75 milioni di sole spese legali, quelle in contanti entro trenta giorni. È il più salato mai firmato sul tema, circa dodici volte il secondo per grandezza, e 12 volte su questi numeri non sono cosine da poco… La causa pilota, davanti al tribunale federale di Oakland, era portata avanti da quattro stati (California, Colorado, Kentucky, New Jersey) che in udienza avevano lasciato intendere di puntare a un ordine di grandezza sui 200 miliardi. E lo scenario peggiore che gli avvocati di Meta si erano fatti in casa, per piangersi addosso sia chiaro e non attinente alla realtà, sempre agli atti, arrivava fino a 1.400 miliardi: sette volte tutto quello che l’azienda fattura in un anno, praticamente tutta la sua capitalizzazione di mercato. Uno scenario mai finito davanti a una giuria.
Se però guardate come è congegnata la struttura del pagamento, capirete perché il “prezzo salato” dei titoli è proprio lo specchietto per le allodole che ci hanno servito comodo comodo. Il 70% dell’importo, circa 12,7 miliardi, Meta lo paga comunque, in rate annuali per dieci anni: fanno un miliardo e 270 milioni all’anno, contro un utile netto annuo di sessanta miliardi. Poco più del 2%. In proporzione, il povero cristo che con olio di gomito guadagna 2.000 euro al mese, deve rinunciare a un caffè al giorno per un decennio. Al caffè, non alla macchina, non alla casa e nemmeno alle vacanze. Un semplice caffè.
E poi c’è il 30% condizionato, altri 5,3 miliardi, ed è il pezzo più elegante dell’intero accordo. Quei soldi scattano solo se anche TikTok e YouTube accettano le stesse regole, mettendo sul piatto circa 5,3 miliardi a testa. In quel caso Meta stringe il tetto giornaliero d’uso per i minorenni da due ore a una, e allunga i suoi impegni da cinque a dieci anni. Fatela scorrere lentamente, quella clausola: da una parte Meta si è coperta dallo svantaggio competitivo, perché stringe solo se stringono anche gli altri; dall’altra ha consegnato ai procuratori generali 10,6 miliardi di ragioni per andare a bussare a TikTok e YouTube. Ha comprato la propria posizione nel settore a spese dei concorrenti, e ha lasciato loro il conto se resistono.
La lezione dell’asilo di Haifa
Nel 1998, in dieci asili nido di Haifa, gli economisti Uri Gneezy e Aldo Rustichini hanno introdotto una multa per i genitori che arrivavano tardi a prendere i figli: venti shekel a ritardo. La previsione era ovvia, la multa avrebbe dovuto ridurre il fenomeno. Ne è uscito l’opposto: i ritardi sono aumentati, e parecchio. Il paper che ne è nato porta un titolo che è già un’analisi completa: A Fine is a Price (2000). Finché arrivare tardi era una scortesia verso la maestra, i genitori avevano un debito morale, che è quasi sempre più caro di venti shekel. Nel momento in cui è comparsa una cifra sul cartellino, il debito morale è sparito ed è rimasta una transazione: pago 20 shekel, compro mezz’ora. E una cosa che si è pagata non fa più sentire in colpa, tutt’altro. Pago pretendo, diveva un vecchio motto di prima dei meme…
Il dettaglio più inquietante dell’esperimento, però, viene dopo: quando la multa venne tolta, i ritardi non tornarono al livello di prima ma rimasero alti. Perché il prezzo si può cancellare da un cartellino, la norma sociale che si è spenta no.
Ecco il quadro esatto in cui si posiziona Meta il 26 agosto. 200 miliardi chiesti, una dozzina scarsa di miliardi certi, spalmati su dieci anni. Adesso quel comportamento, progettare un prodotto per creare dipendenza nei minorenni, ha un prezzo di listino pubblico, noto ai concorrenti, già a bilancio nel trimestre. Non è più una trasgressione: è una voce di costo. E come negli asili di Haifa, anche se domani togliessimo la multa (o meglio, la eludessimo con clausole sempre più fantasiose), la norma sociale che diceva “quello con i ragazzini non si fa” è già stata riscritta come “quello con i ragazzini si fa a questo prezzo”.
Il capolavoro di regia: come si chiude un processo al giorno 7 su 6 settimane
C’è però una seconda partita, che nei numeri non si vede, e riguarda quello che è successo dentro l’aula di Oakland. Meta ha chiuso l’accordo al giorno 7 di un processo che ne aveva ancora almeno cinque settimane davanti: poco più di un decimo del programma. Il politologo inglese Steven Lukes, in Power: A Radical View (1974), ha spiegato che il potere ha tre facce, e quella che vediamo tutti, cioè vincere lo scontro aperto, è la meno interessante. La seconda faccia è decidere di cosa non si discute, tenere le questioni fuori dall’ordine del giorno, così che il conflitto non si presenti proprio. È quello che è successo qui. Il processo di Oakland era il primo di una fila di cause: serviva a produrre un verdetto che facesse scuola per tutti gli stati in causa dietro. Quel verdetto non arriverà, perché è stato sostituito con un contratto scritto dalle parti.
E se pensate che questa lettura sia troppo lambiccata, guardate cosa è appena riuscito a evitare Meta. Nelle cinque settimane rimaste era programmata la testimonianza di Brian Boland, un ex vicepresidente Meta che se n’è andato sbattendo la porta e da anni racconta cosa ha visto dentro. Boland doveva salire al banco a dire ai giurati che i team di prodotto sapevano dei danni ai minorenni, che gli avvisi arrivavano fino a Zuckerberg, e che la risposta era sempre la stessa: crescita prima della sicurezza. Il giorno stesso dell’accordo, Boland ha pubblicato un pezzo sul suo blog. Si intitola “Meta ha pagato 17 miliardi per fermare un processo, non fidatevi di loro“.
E quello che è già uscito nei sette giorni di udienze effettive, prima del patteggiamento, dà un’idea di cosa Meta sia riuscita a togliere dal tavolo. Il martedì, Adam Mosseri, il capo di Instagram, ha dovuto ammettere sotto giuramento un dato interno che l’azienda non aveva mai comunicato: la funzione “Take a Break”, quella che Meta sventola da anni come prova di responsabilità, è usata dall’1,8% degli adolescenti. Uno su cinquanta. Il resto la ignora, per il semplice fatto che il prodotto è progettato apposta perché la ignori. Se un dato così è uscito nei primi sette giorni, provate a immaginare cosa sarebbe uscito nelle cinque settimane rimanenti. Poi capirete perché il patteggiamento è arrivato quando è arrivato.
Non è nemmeno la prima volta
La formula, tra l’altro, Meta l’aveva già collaudata un anno prima. Delaware, luglio 2025: gli azionisti avevano fatto causa a Zuckerberg, Sheryl Sandberg, Peter Thiel, Marc Andreessen e agli altri consiglieri per non aver vigilato sulla vicenda Cambridge Analytica. Chiedevano 8 miliardi. Il processo era il primo del suo tipo mai arrivato davanti a un giudice, quindi anche lì avrebbe fatto scuola.
Guardate come si è chiuso, perché è la stessa scena. Nel giorno in cui hanno firmato l’accordo, al banco dei testimoni sotto giuramento ci sarebbe dovuto salire Marc Andreessen: proprio quel giorno, in calendario. Alle sue spalle, in fila, c’erano Zuckerberg per il lunedì successivo e Sandberg per il mercoledì. Nessuno di loro ha parlato. L’unico che ha testimoniato è stato un ex consigliere, Jeffrey Zients, e poi il processo si è fermato lì. L’importo è rimasto sotto sigillo fino a novembre: 190 milioni di dollari, il 2% degli 8 miliardi chiesti, e nemmeno li ha tirati fuori Zuckerberg dalle tasche: li ha tirati fuori la polizza assicurativa che copre gli amministratori. Quello che Meta ha comprato con quei 190 milioni non è la fine del contenzioso (la potevano ottenere anche molto più a buon mercato). Ha comprato il fatto che di quello che sapevano i vertici, e da quando, non resti scritto niente da nessuna parte. Nessuna deposizione sotto giuramento, nessun verbale, nessuna sentenza. Un accordo, a terra, non lascia niente su cui i giudici del futuro possano poggiare i piedi. La formula gli è piaciuta al punto che l’hanno rimessa in scena un anno dopo, in scala cento volte più grande. E ha funzionato di nuovo.
L’antitrust pagato in politica
Terzo caso, terza strategia. A novembre del 2025 il giudice federale James Boasberg ha respinto la causa con cui la Federal Trade Commission sosteneva che Meta avesse costruito un monopolio comprandosi Instagram e WhatsApp. Niente scorporo, niente divisione. Ma qui il prezzo Meta non l’ha pagato in dollari, l’ha pagato in politica. Nell’anno prima del verdetto, mentre l’antitrust era ancora aperto, Meta ha versato un milione al fondo per l’insediamento di Trump, e Zuckerberg è andato a cena a Mar-a-Lago; nel frattempo l’azienda ha sostituito il capo delle policy globali, il britannico Nick Clegg, con Joel Kaplan, un lobbista repubblicano di lungo corso, ha annunciato la fine del fact-checking e ha adottato un sistema di note della comunità copiato da X. Poi il verdetto è arrivato sul merito, e da un giudice nominato da Obama: quindi non è che Trump abbia telefonato a qualcuno, e Meta non è stata “salvata” dall’amministrazione. Ma il rischio politico intorno alla propria posizione Meta lo aveva già disinnescato da sola, e con largo anticipo.
Tre casi in fila, stessa firma. Uno chiuso senza deposizioni comprando il silenzio degli amministratori, uno chiuso con un contorno di riverenza politica, uno chiuso con un prezzo di listino contrattato tra le parti prima che si arrivasse al verdetto. In tutti e tre, nessun colpevole.
Il coprifuoco vale solo dentro il confine
Un’ultima cosa, che riguarda direttamente noi, e sulla stampa italiana non l’ho letta quasi da nessuna parte. Fra le cose che l’accordo ottiene sul serio ci sono impegni concreti e nuovi: un tetto di due ore al giorno per i minorenni sulle due app, blocco dell’accesso dalla mezzanotte alle sei del mattino, notifiche silenziate durante l’orario scolastico, promemoria ogni quarto d’ora, verifica dell’età entro 12 mesi. E poi la voce più pesante di tutte, quella che nessun comunicato stampa vi ha messo in prima pagina: il divieto di vendere i dati dei minorenni per pubblicità e profilazione. Non “non li vende bene”: proprio non li vende. Vuol dire che nel modello pubblicitario di Meta i minorenni americani diventano invisibili, senza targeting per età, senza targeting per interessi ricavati dai loro like, senza pubblico simile costruito sui loro comportamenti. E ancora: feed cronologico imponibile dai genitori, conteggi dei like nascosti, autoplay spento, filtri di ritocco vietati, revisore indipendente per cinque anni (dieci, se aderiscono anche gli altri), persino una fondazione di ricerca a cui Meta deve passare i dati d’uso. Sono cose vere, e tra dieci anni si vedranno.
Solo che valgono negli Stati Uniti, e basta. Meno di un utente Meta su dieci, nel mondo, è americano: per gli altri nove su dieci, dall’India al Brasile, dall’Indonesia alle Filippine, dal Marocco a Milano, il tetto di due ore non c’è, la modalità notturna non c’è, il divieto di vendere i dati dei ragazzi non c’è, e Instagram alle due di notte si apre normalmente. È un modello già visto molte volte, ed è quello del tabacco: pacchetti col teschio in Occidente, Marlboro senza avvertenze da tutte le altre parti. Se avete un figlio adolescente qui, questo accordo non lo riguarda in nessuna delle sue parti sostanziali.
E allora, chi ha vinto?
Il mercato ha capito benissimo cosa è successo, ed è per questo che il 26 agosto le azioni Meta sono salite. Ha visto un rischio da 200 miliardi con dentro una variabile impazzita (un processo pubblico, giurati americani che decidono di pancia, dirigenti che parlano sotto giuramento davanti a una telecamera) trasformarsi in una riga di costo prevedibile, rateizzata, spalmata su dieci anni, e già interamente contabilizzata nel trimestre. È la fine dell’incertezza, che in tutta questa storia è l’unica cosa che è stata pagata a prezzo pieno.
E la lezione degli asili di Haifa vale al contrario di come ce la stanno raccontando: non è che 16 miliardi siano tanti perché sono tanti, sono pericolosi perché sono un prezzo. 200 miliardi chiesti, poco più di 12 certi, nessuna ammissione, nessun verdetto, nessuna testimonianza. Un ragazzino americano che alle due di notte, forse, adesso troverà lo schermo nero; uno indiano, uno brasiliano, uno di Milano o Belluno no. La prossima volta che leggete un titolo con dieci cifre e vi viene voglia di esultare, la cifra saltatela e andate a vedere cosa hanno accettato di smettere di fare, e dove. Perché i soldi sono la parte che si possono permettere: tutto quello che sta scritto dopo i soldi è la parte che è costata davvero.
Per Approfondire
- NPR, “Meta, states agree to $17 billion settlement in child safety trial” (26/08/2026), https://www.npr.org/2026/08/26/nx-s1-5944781/meta-settlement-child-safety-lawsuit
- CNBC, “Meta settles social media addiction case with California, other states for $16.7 billion” (26/08/2026), https://www.cnbc.com/2026/08/26/meta-social-media-trial-settlement.html
- Fortune, “Meta’s $17.1 billion settlement will be over 12-times larger than the second largest big tech privacy settlement” (26/08/2026), https://fortune.com/2026/08/26/meta-17-1-billion-settlement-12-times-larger-big-tech/
- Brian Boland (Delta Fund), “Meta paid $17 billion to stop a trial. Do not trust them” (26/08/2026), https://www.delta-fund.org/meta-paid-17-billion-to-stop-a-trial-do-not-trust-them/
- NBC News, “Meta investors, Mark Zuckerberg reach settlement to end $8 billion trial over Facebook privacy litigation” (07/2025), https://www.nbcnews.com/tech/tech-news/meta-investors-zuckerberg-reach-settlement-end-8-billion-trial-faceboo-rcna219389
- Insurance Journal, “Meta Settles Cambridge Analytica-Related Claims for $190 Million” (11/2025), https://www.insurancejournal.com/news/national/2025/11/26/849021.htm
- NPR, “Judge sides with Meta in antitrust trial” (18/11/2025), https://www.npr.org/2025/11/18/nx-s1-5495626/meta-ftc-instagram-whatsapp-antitrust-ruling
- Silicon UK, “Mark Zuckerberg Lobbies Trump To Avoid Antitrust Trial”, https://www.silicon.co.uk/e-regulation/legal/mark-zuckerberg-lobbies-trump-to-avoid-antitrust-trial-report-607025
- NBC News, “Meta donates $1M to Trump’s inaugural fund after Zuckerberg Mar-a-Lago meeting”, https://www.nbcnews.com/tech/social-media/meta-donates-1-million-trump-inauguration-fund-zuckerberg-mar-lago-mee-rcna184014
- Uri Gneezy, Aldo Rustichini, A Fine is a Price, Journal of Legal Studies, 2000, https://rady.ucsd.edu/_files/faculty-research/uri-gneezy/fine.pdf
- Steven Lukes, Power: A Radical View, Macmillan, 1974
